Dieci medaglie e mille critiche

A fine Olimpiadi tutti fanno un bilancio, quindi perché non farlo anche io, che di sport ci capisco solo da spettatrice e forse ancor meno da psicologa. Da giudice, poi lasciamo stare! Però due parole le voglio spendere, perché i nostri ragazzi sono stati un po’ osannati, a volte troppo, e un po’ criticati, quello sempre troppo.

Penso a Dominik, che dopo la medaglia di bronzo individuale aveva gli occhi addosso per le gare seguenti, mentre prima era “Uindisc chi?”. Quello che si è sentito etichettare in tutti i modi possibili e immaginabili da parte di tedeschi, e non solo, per la volata al limite del regolamento durante la staffetta mista. Che poi Peiffer avesse sbagliato tutto lo sbagliabile all’ultimo poligono, fa niente. È stato Dominik a rubargli il bronzo. Lo stesso Dominik che a detta di quelli che han guardato il biathlon solo in questi giorni avrebbe dovuto “trascinare” la staffetta maschile. Bormolini, Montello e soprattutto Hofer erano delle comparse, insomma. E Dominik era diventato il Fourcade della situazione. Ma di Fourcade ce n’è uno ed è francese. E ha sbagliato pure lui nella staffetta maschile.

Penso a Sofia, che è stata criticata per gli errori nel gigante e nel super-g, che “non ha retto alla pressione”, che però poi ha vinto la gara che doveva vincere per forza. Che però poi è stata esaltata come la discesista più forte di sempre. E pazienza se ha saltato la combinata.

Penso a Michela, con la sua tavola che si diceva andasse veloce, ma cos’è questo sbx, chi l’ha mai sentito, chi conosce le regole? Eppure lei era la favorita, doveva vincere e aveva una sola possibilità, se falliva arrivederci tra quattro anni, chiedere a Visintin che ne sa qualcosa. Che poi, magari, le critiche non le avrebbe neanche ricevute, tanto chi si fila lo snowboard, è pure una donna!

Penso a Arianna, che zitta zitta ha vinto quello che doveva vincere e ha raggiunto due mostri sacri dello short track come Viktor An e Apolo-Anton Ohno per numero di medaglie. Ma lei era sempre sorridente fuori dalla pista, sembrava tranquilla, forse perché sapeva già che le prime pagine dei giornali avrebbero parlato di altro, non dei suoi successi storici. Condivisi con Martina, Cecilia e Lucia (ma pure Cynthia), queste sconosciute ai più.

Penso a Federico, che è arrivato secondo nella gara che vabbè, se non sei a podio fa niente, e invece niente nella gara che è ovvio che la vinci. Critiche feroci ammetto di non averne lette, ma forse perché ormai nello sci di fondo ci siamo rassegnati…e pensare che qualche anno fa abbiamo pure vinto l’oro nella 50km. Ma sarà che a noi italiani la tecnica classica proprio non ci va giù, chissà.

Penso a Nicola, che quel bronzo era oltre l’inaspettato, chi avrebbe previsto che il dio del pattinaggio di velocità sarebbe crollato e avrebbe aperto la porta ad un piccolo ragazzo di 23 anni? Nessuno, tanto che gli errori sul cognome si sprecano. Però dopo qualche giorno c’è chi parla del “brocco che rompe quello forte” quando dopo l’inseguimento un compagno inavvertitamente colpisce Nicola e gli taglia il tendine. Come dire che l’ha fatto apposta. E come dire che uno che va alle Olimpiadi è un brocco.

Penso a Lisa, Dorothea, Lukas e di nuovo Dominik. A Lisa che ha preso un bel legno nella mass start alla sua prima Olimpiade, un legno diventato lo stimolo per lottare nella staffetta mista. A Dorothea, quella più criticata, perché doveva vincere qualsiasi cosa. E fa niente se davanti aveva gente come Dahlmeier, Domracheva, Kuzmina…fa niente se non dormiva la notte, colpa sua che non è stata in grado di reggere la pressione, dicono. Come dire che è facile andare a fare le Olimpiadi dall’altra parte del mondo, sparare in mezzo a folate di vento e neve e mantenere la concentrazione quando non sei abbastanza riposata. A Lukas, che è il mio preferito perché sbaglia sempre un bersaglio, ma quando si incavola nel modo giusto ne infila uno dietro l’altro. E poi è biondo. E poi si è fatto i baffi tricolore. A Dominik, di cui ho già detto prima, che forse è stato pure fortunato, ma quando la fortuna chiama bisogna avere le capacità e la prontezza per rispondere. Penso a Luki e Domi, che hanno dedicato il bronzo alle loro compagne di viaggio, perché sono sempre arrivate lì lì per…e poi.

Penso anche a Federica, ma solo un pensiero piccolo, perché una cosa non mi è piaciuta e non mi è proprio andata giù. Ma lo tengo per me, perché gli apprezzamenti si fanno in pubblico, le critiche in privato, non sui social network dove basta premere invio su una tastiera e hai insultato una persona in carne e ossa – ma vabbè tanto gli atleti non sono mica persone come noi…

Penso ai ragazzi del curling, arrivati quasi per scherzo alle Olimpiadi e poi nel girone hanno sconfitto quelli che poi avrebbero vinto oro e bronzo. Ne hanno perse tante, ma sempre a testa altissima. E mi sono divertita a vederli giocare e urlare i comandi in dialetto e a vedere sui social cosa combinavano nel villaggio olimpico. Io dico che voglio vederli a Pechino e un po’ più in alto in classifica, che se lo meritano tanto.

E poi penso alle due Francesca, a Carolina, alla squadra di pattinaggio, a un altro Dominik, a Valentina e Ondrej, a Anna e Luca, a Roland, a Edwin, a Raffaella, a Federica, a Alexia, a Dietmar, a chi è arrivato vicino al podio e poi l’ha visto scivolare via per millesimi di secondo, a chi il podio non l’ha visto manco con il binocolo ma era comunque lì a lottare, perché checché se ne dica, già il fatto di partecipare alle Olimpiadi significa che sei tra gli atleti più forti, e non è giusto criticare chi sacrifica parte della propria vita per rincorrere un sogno che è solo loro. Non nostro, non delle federazioni. Si possono criticare tante cose dello sport italiano e delle politiche sportive, a partire dalla scandalosa carenza di impianti. Ma io agli atleti farei sempre un applauso, perché quella che piange per un quarto posto nella volata finale non sono io, è una ragazza che ha dato tutto quello che poteva, e io chi sono per dirle che è un’incapace?

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Je suis Française, je suis Italienne, je suis libre.

Tramonto sulla Senna

Sono italiana. Sono nata in Italia, sono cresciuta, ho studiato e mi sono laureata in Italia. Ho la carta d’identità e la patente italiane, vado a votare in Italia. Parlo italiano, ho amici perlopiù italiani e vivo in Italia. Ok, credo che il concetto sia abbastanza chiaro: sono italiana a tutti gli effetti. Ma sono anche francese. Ho appena rinnovato l’iscrizione al consolato, ho la carta d’identità francese, posso votare per eleggere il Presidente della Repubblica e i rappresentanti dei francesi all’estero. Non serviva un attentato per ricordarmi che sono francese, non è mai servito e mai servirà.

In camera mia la bandiera dell’Italia è accanto a quella della Francia, nessuna sovrasta l’altra, sono parti di me in egual misura. Non ho mai vissuto in Francia, ma è un Paese che ho da se

mpre nel cuore. L’ho conosciuto attraverso i racconti di mio padre, dei miei nonni, dei miei zii e cugini e l’ho amato come l’Italia, nel bene e nel male. Ho ricordi bellissimi di quando andavo dai miei nonni vicino a Parigi e mi mancano i giorni che ho trascorso nella capitale francese. Alla fine Parigi è la città francese che conosco meglio, perché quasi tutti i miei parenti abitano lì o nei dintorni.

È superfluo dire che quando ho sentito la notizia degli attentati, è stato un colpo al cuore. Stavo guardando un film, quando l’edizione straordinaria del Tg ha interrotto la tranquillità della mia serata. Non si capiva molto bene quello che stava succedendo e il giornalista faticava a gestire la situazione di incertezza. Al che ho girato tutti i canali, fino a capitare sulla tv tedesca, che stava trasmettendo gli ultimi minuti della partita Francia – Germania. Sembravano tutti tranquilli, applaudivano i giocatori come se nulla fosse successo, anche se il cronista parlava già di una ventina di vittime al Bataclan. Io non capivo come fosse possibile che non avessero fermato la partita, poi ho visto le persone che anziché uscire dallo stadio si sono precipitate al centro del campo di gioco, alcuni bambini piangevano spaventati. Allora ho realizzato: la maggior parte di loro non sapeva cosa stava succedendo fuori e la polizia non li aveva avvisati, in modo da tenerli tutti al sicuro dentro stadio e creare una situazione più semplice da gestire a livello logistico e di sicurezza, in attesa di capire la portata degli attentati. Erano sicuramente due, forse altri quattro, forse cinque, no solo tre.

E il pensiero è corso subito ai miei cugini appassionati di calcio, forse erano andati anche loro a vedere la partita..? E mia zia, magari era uscita con un’amica in un bar poco distante dagli attentati..? Credo di non aver mai avuto così paura che fosse successo qualcosa ai miei familiari. Già a gennaio avevo avuto paura, ma stavolta è diverso. Stavolta non ci sono obiettivi “prevedibili”, non ci sono giornali da attaccare perché irridono dei dogmi, non c’è una religione tradizionalmente vittima di persecuzioni. Stavolta è successo nei luoghi di svago, di divertimento, di tranquillità. È successo allo Stade de France ma anche al bar dietro l’angolo. Stavolta è ancora più chiaro che può succedere a chiunque e ovunque, per davvero. Questo è terrorismo vero, quello che genera paura nelle persone.

Paura, questo vogliono. Paura che porta all’odio, odio verso l’Islam, tutto l’Islam; odio verso l’altro proprio in quanto portatore di diversità, che sia fisica, culturale o di pensiero. Vogliono creare divisioni interne alle nostre Nazioni, vogliono minare i nostri valori di convivenza e rispetto reciproco, vogliono isolare gli islamici cosiddetti “moderati” per spingerli verso il radicalismo. E se anche loro non cedono, poco male: mettono bombe nelle moschee e proseguono con gli attacchi kamikaze come ormai fanno da tempo. Chi non si converte alla loro visione del mondo, muore o viene sottomesso. Semplice. Non è più una guerra di religione, non lo è mai stata, è una guerra di ideologia, di tirannide contro democrazia. Non c’è una religione contro l’altra e sono fiduciosa che in Francia questo già lo sappiano, perché lì convivono da decine di anni culture e religioni diverse, hanno imparato a conoscere l’Islam e a distinguere tra un musulmano e un terrorista. Allo stesso modo, ho fiducia, anzi sono sicura che la Francia ce la farà anche questa volta.

Perché potranno dire che i francesi hanno la puzza sotto il naso, che si credono superiori agli altri, che sono presuntuosi. Ma i francesi sono forti proprio perché sono fieri. Possono dire che liberté, égalité, fraternité non è solo un motto scritto sulla Costituzione ma un modo di essere. I francesi, con il loro orgoglio, hanno proprio nella libertà il valore fondante, a cui si aggrappano con tutte le forze nei momenti difficili. E anche la politica si fa da parte, le polemiche, le campagne elettorali possono aspettare, adesso è il momento di essere uniti per il proprio Paese. Lo dimostrano le parole di chi è scampato agli attentati, il gesto di chi posa un fiore davanti ai ristoranti e al Bataclan, la voce di chi canta la Marsigliese davanti alle ambasciate, le file di persone che donano il sangue per i feriti, le lacrime di chi non riesce a darsi una spiegazione.

Adesso è il tempo del dolore, della rabbia, perfino della paura. Ma che siano un dolore, una rabbia e una paura che non ci facciano chiudere agli altri, altrimenti “quelli” l’avranno vinta. Che siano un dolore, una rabbia e una paura che ci facciano reagire, che ci rendano ancora più sicuri che la libertà sia la vera soluzione, che ci spingano a fare una passeggiata sugli Champs Elysées il giorno dopo gli attentati, perché, come ha detto mia zia: «Con una così bella giornata di sole, era un peccato stare chiusi in casa».

Parigi dalla Senna

Dal Trittico Lombardo…al Trittico del Monferrato!

Tre giorni intensi al Trittico Lombardo, poche ore di sonno e ancor meno chilometri nelle gambe. La combinazione perfetta per quello che mi aspetta, considerando che il mio mezzo sarà la mia fida KTM, con ruote, rapporti e peso da mountain bike. L’ideale.

Ma eccoci qui. Pronti via, si riparte per una nuova avventura, questa volta più breve rispetto alla Coppa Cobram/Tirreno-Adriatico, “solo” tre giorni a pedalare tra le colline del Monferrato.

Già prima di partire ci sono alcuni problemi logistici: le accompagnatrici ci hanno abbandonato all’ultimo e provenendo noi da diverse zone della Lombardia, raggiungere il punto di partenza a Casale Monferrato è un gioco ad incastri.

Finalmente arriva il gran giorno. Decidiamo di raggiungere in auto il primo agriturismo e da lì partire in bici percorrendo un percorso ad anello di circa 50km. Dopo pochi chilometri però, la prima tappa: lo spaccio della Bistefani (e già qui si capiscono tante cose). Pacchi e pacchi di biscotti krumiri caricati in macchina e forse si raggiunge l’agriturismo che ci ospiterà per la notte. Lasciate le macchine, tutti in sella per la prima tappa, che si prospetta lunga e difficile, a causa dei numerosi saliscendi tipici della zona e del meteo, che sembra preannunciare pioggia.

Gli animi dei nove baldi atleti, vengono però rinvigoriti dalla prospettiva di un buon pranzo a Camino: tortellini, carne, insalata, semifreddo al cioccolato, liquore all’ “anice spezzato”…e la pioggia che scende mentre mangiamo, per concedere una tregua al momento di risalire in bici.

Sulla via del ritorno, immancabile la sosta ad una cantina locale, come è giusto per una gita che ha l’obiettivo di far godere il Monferrato a 360°.

Un bicchiere di vino rosso e via, verso l’ormai classica salita che precede l’agriturismo, seguita da un muro al 16% che stimola decisamente l’appetito. Finalmente giungiamo all’Agriturismo “Al Monte”, dove Cristina accoglie e rifocilla gli intrepidi ciclisti. E per concludere in bellezza la giornata, un buon amaro San Simone, “dalle virtù medicamentose delle piante, dai loro frutti e dalle loro radici”.

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Seconda tappa, seguiamo lo schema del giorno precedente: lasciamo la macchina al b&b Tenuta San Rocco e partiamo in sella verso…il bar in cima ai 500m di salita verso Canzano.

Il tempo sembra essere più clemente: il cielo è coperto e il clima è uggioso, ma dopo un appello al sole, le nubi iniziano a diradarsi e i raggi fanno capolino.

Dopo un piccolo incidente alla salita verso Lu che ha portato qualche lieve escoriazione, proseguiamo verso il Museo Colombiano e scendiamo inaspettatamente verso Altavilla, a causa di una piccola “incomprensione” ad un bivio.

Dopo innumerevoli su e giù per le colline piemontesi, meritata pausa pranzo in quel di Moncalvo. Battuta di carne, agnolotti, bunèt e pesche ripiene, giusto per rimanere in linea con le premesse del viaggio. Sosta forse un filo lunga che concilia anche un riposino post prandiale, che viene giustamente evitato, a favore di altri chilometri in sella.

I paesaggi sono stupendi come promesso, la nebbia c’è ancora, ma sicuramente si è diradata rispetto al giorno prima, lasciando spazio ai profili di diversi paesini arroccati sulle colline. A Moleto facciamo una pausa al Bar Chiuso (che è effettivamente chiuso, ma perché stanno preparando un matrimonio). Da lì ammiriamo dall’alto il percorso che abbiamo fatto finora e quello che ci attende prima di tornare al b&b.

Sulla lunga e sofferta via del ritorno, non mancano incontri inaspettati, tra cui Giovanni Storti (di Aldo, Giovanni e Giacomo) in versione podista, che ci saluta uno ad uno con un energico “cinque”.

E tra un “Questa è l’ultima salita, dietro quelle case siamo arrivati” e l’altro, i nove intrepidi ce la fanno a portare a casa anche la seconda tappa. Aperitivo in piazza a Canzano e poi via, da Manuela alla Tenuta San Rocco, dove veniamo accolti da tagliatelle fresche, crespelle, una serie di prelibatezze locali, formaggi accompagnati da marmellate casalinghe, dolci e tisane digestive. Panorama meraviglioso, cena ancora di più e meritato riposo in vista della terza e ultima tappa.

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Terza e ultima tappa. C’è un misto di gioia per essere arrivati fino lì e di nostalgia per l’imminente fine dell’avventura. Dopo varie proposte, decidiamo di andare al Sacro Monte di Crea. Dovremmo tornare al b&b per pranzo, ma viste le numerose tappe fotografiche, optiamo per un pranzo a Ottiglio. La salita al Sacro Monte non è certo impossibile, ma sembra non finire mai, soprattutto se nel parcheggio del Santuario prendi la stradina sterrata che sale a sinistra e finisci nel bosco a farti una rampa breve ma intensa. Immancabile foto di gruppo e via, verso il pranzo…ovviamente dopo un altro paio di salite, una con tanto di scritta “g.p.m.” sull’asfalto.

Il ristorante ad Ottiglio non sembra promettere grandi cose, invece la scelta si rivela più che azzeccata, con un pranzo da leccarsi i baffi. La cosa più difficile è decidersi a rimontare in sella però. L’unico motivo per farlo sembra essere che mancano solo una quindicina di chilometri al tuffo finale nella piscina del b&b.

Come il giorno prima, si risale a Vignale e da lì a Canzano. La stanchezza inizia a farsi sentire, ma nel gruppo ci si motiva a vicenda e nessuno rimane troppo attardato.

Arrivati all’agognata piscina, un bagno ristoratore ripaga delle fatiche della giornata, mentre la foschia si è completamente diradata e si apre davanti a noi un panorama splendido che quasi chiede di fare da sfondo a un’ultima foto di gruppo.

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Questo viaggio ha richiesto tanto, fisicamente e mentalmente. Basta pensare che sui circa 200km che abbiamo fatto, solo una decina erano in pianura. Basta pensare che quando guardavamo il panorama, ogni campanile che si vedeva indicava uno dei paesi che avevamo attraversato. Ma in questi casi la cosa fondamentale non è la stanchezza nelle gambe, ma la felicità di aver vissuto questa esperienza con le persone giuste.

Tirreno-Adriatico 2014 o Coppa Cobram con gli Hic Sunt Leones

Mi sveglio ancora un po’ stordita dal viaggio, cerco le chiavi del furgone (il “Gino”) e spero che Filo non si sia dimenticato qualcosa anche stavolta. Poi apro la finestra e vedo le montagne bergamasche; niente colline, niente agriturismi con piccoli Zoncolan da scalare, niente mare. E piove pure.

E allora prendo un CD “a caso” e sulle note della Compilation del ciclista ripenso all’ultima settimana.

Fino a poco più di un mese fa non avrei neanche dovuto esserci, ma grazie ad un amico lungimirante e insistente…mi ritrovo seduta sul sedile posteriore di una Punto in compagnia di due perfetti sconosciuti, in viaggio verso il punto di ritrovo con altri 12 sconosciuti, con cui passerò i prossimi cinque giorni. Detta così non suona proprio bene, ma ne è valsa veramente la pena.

Il tutto inizia nel migliore dei modi: un parcheggiatore che dice che se lasciamo lì la macchina, al ritorno troveremo solo i copri cerchio, 10 minuti di coda per entrare all’autosilo dell’ATM, una ragazza in meno che ci raggiungerà il giorno dopo, un altro da raccattare all’arrivo, contrattempi e pause varie che già siamo in ritardo di un’ora sulla tabella di marcia. Ma va bene così. Arriviamo a Cecina, anzi no, alle spiagge bianche di Rosignano. A noi si aggiunge Alberto e in 12 scalmanati (più 3 testimoni) si tuffano nelle acque del Mar Tirreno per dare il via alla nuova impresa targata Hic Sunt Leones, salutata da un romantico tramonto sul mare.

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Prima tappa: Cecina – Colle Val d’Elsa (c.ca 70km)

Cecina, la prova del nove. Mi trovo al volante di un furgone a nove posti e non ho mai guidato nulla di più grosso di un Doblò…beh, sono più preoccupati gli altri di me e in dieci minuti ho già preso l’occhio per le dimensioni del “Gino”. Anna invece guida “Fausto”: sei posti, certamente più agile, ma non ha mica vinto due Tour de France a 10 anni di distanza l’uno dall’altro, lui

Appuntamento al Comune per lo scambio dei gagliardetti commemorativi e via, si parte! Ops no, bisogna aspettare Elenina, che arriva in treno e dopo un tuffo nel Tirreno accompagna le accompagnatrici a Volterra, dove si aggrega agli altri atleti.

Il clou arriva al bivio per San Gimignano. Cinque optano per la deviazione, gli altri proseguono per la meta della tappa, Colle Val d’Elsa. Il tempo di imboccare la discesa e…acquazzone, grandine, tuoni. Tutti sui furgoni a ripararsi e attendere che spiova, Filo prosegue imperterrito, nella speranza di raggiungere presto un meccanico per riparare la ruota, mentre a San Gimignano…meglio non commentare.

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«E siamo solo alla prima tappa..!»

Seconda tappa: Colle Val d’Elsa – Monte San Savino (78km…o così dicono!)

Anche qui appuntamento con il sindaco e poi pronti via. Pausa nella zona industriale di Colle per ripararsi (di nuovo) dalla pioggia, si prosegue e si fa tappa a Monteriggioni. Nonostante le nuvole, finalmente la pioggia ci dà tregua.

Dopo vari saliscendi i nostri eroi giungono a Siena, dove li attende un pranzo a base di pici, cantucci e vinsanto. E di nuovo in sella verso Asciano, lungo le crete senesi. Paesaggi da cartolina che mi fanno rimpiangere di non seguire gli altri in bici; ogni due chilometri accosto il furgone per scattare qualche foto ma non è la stessa cosa. Piano piano, tra strade sbagliate, coniugi Carta solitari al comando e dubbi esistenziali, si arriva a Lucignano. Per errore prendo la strada che taglia il centro e forse è stato meglio così, non so se il Gino avrebbe superato agilmente il muro al 15%.

Trovare l’alloggio per la sera è stata un’avventura a sé stante, con indicazioni contraddittorie, salitelle di cui non si vedeva la fine e gestore…smarrito!

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«Dai, domani è facile, c’è solo una salita, poi è tutta discesa!»

Terza tappa: Monte San Savino – Umbertide (c.ca 72km)

Il terzo giorno la stanchezza si fa sentire, soprattutto “in alcune parti”. Ma la voglia di arrivare all’Adriatico è tanta e l’Umbria è solo a 40km. Passiamo da Castiglion Fiorentino e altri paesini, tutti in festa per alcuni matrimoni, che a quanto pare qui vengono celebrati anche di domenica. Dopo alcune difficoltà nel fare rifornimento al Gino (superate brillantemente sotto gli occhi perplessi di alcuni signori), attendiamo gli atleti ai piedi del GPM (Gran Premio della Mortadella, NdR) di giornata, per poi seguirli lungo la salita e pranzare insieme con un panino.

E poi via, in picchiata verso il confine con l’Umbria, oltre il quale le strade diventano disseminate di buche e di cartelli “fondo irregolare”. Una dura prova per il Gino e il Fausto, ma ce l’hanno fatta senza battere ciglio. A Umbertide, ancora l’incognita agriturismo. La proprietaria ci scorta in macchina, sostenendo che sarebbe stata tutta pianura, salvo una salita finale di 300mt. Devo dire che la signora ha un concetto molto personale di pianura, ma sulla salita aveva ragione: sarà stata una pendenza intorno al 20%, seguita da un tratto sterrato con pendenze inferiori ma non troppo.

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Citando Luca: «Ieri al Giro han fatto lo Zoncolan, oggi l’abbiamo fatto noi»

Quarta tappa: Umbertide – Castelraimondo (102km, il tappone pirenaico)

Per una volta, saltiamo l’appuntamento con il sindaco, essendo il 2 giugno. Meglio così, ci aspetta una giornata lunga e dura. Il ritrovo tra i ciclisti e i furgoni è Gubbio, ma quando arrivo a destinazione mi aspetta una bella sorpresa: tamburi, bambini vestiti con i colori dei Santi e sfilata verso piazza della Signoria. Ergo, niente bici nel centro storico e accompagnatrici bloccate nella folla che si era radunata per l’alzata dei ceri piccoli. Un’esperienza bellissima e particolare, peccato non poter rimanere anche la sera per vedere il resto della festa.

Dopo il primo GPM della giornata, con pendenze impegnative ma lungo solo “cinque o sei chilometri”…tutti a Scheggia verso le Marche! Strade di poco migliori di quelle dell’Umbria, con un tratto di provinciale quasi a strapiombo su una gola e tanto stretto che in alcuni punti il Gino ha faticato a districarsi.

Al secondo GPM gli animi e le gambe iniziano a protestare, pensando che mancano ancora più di 30km all’arrivo. Ma la promessa di un buon verdicchio a Matelica e la costatazione che il percorso “è tutto in discesa” danno la motivazione per proseguire. Neanche uno strappo di un chilometro al 15% riesce a fermare i nostri eroi, che con facilità superano anche le ultime asperità che portano all’agriturismo di Castelraimondo.

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«Sulla salitella di viale De Amicis denominata poi tragicamente cima del diavolo…»

Quinta tappa: Castelraimondo – Porto Recanati (70km senza contare le curve)

Per la gioia di Ema, oggi è tutta in discesa!!! Dobbiamo solo salire a Recanati e a Loreto, ma non badiamo troppo ai dettagli…

Visita al vicesindaco alla partenza e via, gli altri a pedalare e il Gino anticipa il gruppo a Porto Recanati, per portare Alberto in stazione. Deve tornare in patria a guadagnarsi la pagnotta, ma con l’Adriatico ha un conto in sospeso e tornerà per riscuotere il dovuto! Tornando verso Recanati, mi casca l’occhio sull’indicazione per Montelupone. Inutile dire che il Gino voleva controllare l’effettiva pendenza del “muro”, per poi confermare che lui sarebbe sceso di sella, pur lottando fino alla fine.

Dopo una divagazione per le strade della campagna maceratese, finalmente giungiamo a Recanati, salutiamo il sindaco perché ne mancava uno all’appello e poi…Loreto, una salita che sembra finire subito, o forse no. E capisco il motivo per cui hanno messo proprio lì un santuario.

E finalmente il tuffo nel Mare Adriatico, per chiudere il cerchio aperto a Cecina. Tanta stanchezza, tante emozioni, tanta fatica, forse più a caricare i furgoni che a pedalare (nuova app per cellulari: come giocare a tetris con le biciclette nel bagagliaio).

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Una bella doccia per lavarsi via il sale e la stanchezza, per quanto possibile…e via, si torna alla vita di tutti i giorni, con un po’ di malinconia. Tanto ormai è tutta discesa…

Otto medaglie, undici gioielli…

E si chiude un’altra Olimpiade. Se non si conta la distinzione tra estivi e invernali, i Giochi Olimpici si svolgono ogni due anni; eppure ad ogni cerimonia di chiusura scappa sempre la lacrimuccia. Anche se sai che ci sono sempre Coppa del Mondo, Mondiali, Europei e quant’altro a lenire l’attesa dei prossimi Giochi.

Questa volta una lacrima è scesa anche ad una delle mascotte di Sochi 2014 e penso che la sua tristezza abbia contagiato non pochi spettatori e ancor di più gli atleti e i volontari che hanno partecipato.

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Passando in casa Italia, le 8 medaglie (più otto legni) sono certamente un passo avanti rispetto alle 5 di Vancouver 2010, anche se quattro anni fa avevamo conquistato un oro che stavolta non è arrivato. È da Lake Placid 1980 che l’Italia non torna dalle Olimpiadi Invernali senza medaglie d’oro e l’ultima volta che ha raggiunto la doppia cifra totale è stata a Torino 2006 (11).

Da qualsiasi punto lo si guardi, il medagliere è impietoso con il nostro Paese.

Le ragioni di questi risultati non sono da cercare nella preparazione dell’ultimo anno, ma a ben vedere si possono far risalire all’ultima decina di anni, in cui tanti campioni si sono ritirati ed è mancato il ricambio generazionale. Mi riferisco soprattutto a sci alpino e fondo, anche se mi è venuto un colpo quando ho scoperto che il primo oro olimpico assoluto (dei Giochi Invernali) è arrivato dallo skeleton nel lontano 1948, mentre oggi la gente fa fatica anche solo a pronunciare correttamente il nome di questo sport.

È inutile stare qui a discutere dei perché e dei per come l’Italia degli sport invernali (ma anche dello sport in generale) si trovi in questa situazione…imbarazzante, lasciatemelo dire. Chi lavora nello sport e gli appassionati ne sono abbastanza consapevoli per trarre le loro conclusioni in modo autonomo.

Durante il prossimo quadriennio olimpico bisognerà lavorare molto duramente per (ri)portare l’Italia nella posizione che merita. Si dice sempre così quando finisce un’Olimpiade, ma spero che stavolta non siano solo parole al vento.

Intanto ci godiamo le nostre medaglie…

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Christof Innerhofer, la prima medaglia che abbiamo vinto. Mi è piaciuto molto perché…si è divertito. Per una volta un italiano che non si lamenta perché la neve non gli si addice, perché i pali si piegano troppo, perché il vento da fastidio. Uno che esce dal Super-G e si rammarica di non aver potuto fare la gara su quella pista perché non gli ricapiterà più di tornare a sciare lì. E due medaglie: argento in discesa libera e bronzo in supercombinata.

Da Armin Zoeggeler non ci si poteva aspettare altro che una medaglia, di qualsiasi colore. È tra i migliori slittinisti del mondo da talmente tanti anni che anche lui ha perso il conto. A volte l’esperienza conta più dell’età, visto che l’argento è andato a Demchenko, che ha tre anni più di Zoeggeler. Va bene, Loch (oro) ha solo 24 anni, ma è l’eccezione che conferma la regola no? Bronzo nello slittino singolo.

Arianna Fontana, la ragazza “d’oro” della Valtellina. Praticamente l’unica non altoatesina (insieme alle sue compagne di staffetta Lucia Peretti, Martina Valcepina ed Elena Viviani) ad aver portato a casa una medaglia da Sochi. E nello short track, sport purtroppo poco conosciuto ma adrenalinico e in cui cadute, squalifiche e colpi di scena sono all’ordine del giorno. Sembra che dopo queste Olimpiadi la Fontana pensi al ritiro, del resto è quasi 10 anni che compete ad altissimi livelli, nonostante si ancora molto giovane. Staremo a vedere. Intanto, argento nei 500m, bronzo nei 1500m e bronzo in staffetta.

Poi ci sono i “magnifici quattro” del biathlon: Karin Oberhofer, Dorothea Wierer, Lukas Hofer, Dominik Windisch. Devo ammettere che questa è la medaglia che mi ha emozionato di più. Sarà perché sono ragazzi che sia in Coppa del Mondo, che ai Mondiali, che in queste Olimpiadi sono sempre stati lì a giocarsela per un buon piazzamento nelle gare individuali. Sarà che è qualche anno che vedo progressi nel biathlon e finalmente gli sforzi hanno pagato. Sarà che mi affascina questa disciplina, in cui bisogna andare forte sugli sci ma non troppo, altrimenti si fa fatica a sparare e se si spara male si vanifica tutto il lavoro fatto in precedenza. Tanti elementi, fisici e mentali che si combinano in modo sorprendente. Mai dare nulla per scontato. Per dirla con le parole di un’immagine che mi è capitato di trovare in internet: “Run fast shoot clean. Shoot fast run clean”. E così si centra il bronzo nella staffetta mista, specialità esordiente a Sochi 2014, in cui uomini e donne lavorano insieme per un obiettivo comune.

L’ultima medaglia è quella che è stata più cercata, sperata, sognata, rincorsa, sfuggita più volte, troppe. Figlia di sudore, cadute dolorose e sforzi sovrumani per rialzarsi. Carolina Kostner alla fine ce l’ha fatta a coronare la sua carriera con la medaglia che mancava alla collezione. E la cosa che mi è piaciuta di più è stato quando ha detto “Le medaglie non sono tutto”. E si vedeva da come pattinava, da come sorrideva, di un sorriso sincero, di una ragazza che si diverte a fare quello che sta facendo. Finalmente. Bronzo nel pattinaggio artistico.

Otto medaglie e undici gioielli. In realtà più di undici, perché ci sono anche otto medaglie “di legno”, da non sottovalutare assolutamente, perché significa che con un leggerissimo sforzo in più, chissà…

Ma questa è un’altra storia…